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Il leader emotivo

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“Perché le persone più intelligenti nel senso tradizionale del termine non sono sempre quelle con cui lavoriamo più volentieri o con cui facciamo amicizia? Perché il rendimento scolastico di bambini con una intelligenza brillante crolla in maniera drammatica in occasione di difficoltà familiari? Perché persone assunte sulla base di classici test d’intelligenza si possono rivelare inadeguate alle esigenze che impone loro il lavoro? Perché un matrimonio può andare a rotoli anche se il quoziente intellettivo di entrambi i coniugi è altissimo? E non ci vuole intelligenza per stabilire una serena vita familiare? Certo, sostiene Daniel Goleman, l’autore di questo libro: solo che l’intelligenza che governa settori così decisivi dell’esistenza umana non è l’intelligenza astratta dei soliti test, ma è una complessa miscela in cui giocano un ruolo predominante fattori come l’autocontrollo, la pervicacia, l’empatia e l’attenzione agli altri. In breve, è l'”intelligenza emotiva”: quella particolare forma di intelligenza che ha consentito ai nostri lontani progenitori di sopravvivere in un ambiente ostile e di elaborare le strategie che sono alla base dell’evoluzione umana, e che può aiutare tutti noi ad affrontare un mondo sempre più complesso, violento, difficile da decifrare. L’intelligenza emotiva consente di governare le emozioni e guidarle nelle direzioni più vantaggiose; è la capacità di capire sentimenti degli altri al di là delle parole; spinge alla ricerca di benefici duraturi piuttosto che al soddisfacimento degli appetiti più immediati. “

(tratto da Intelligenza emotiva di D. Goleman)

Ho voluto aprire questo articolo proprio con la nota di prefazione del libro di Goleman, che rappresenta per me uno dei punti di riferimento del mio nuovo “essere”. In questa nota c’è proprio l’essenza dei nostri comportamenti che ci fanno agire in determinate situazioni soprattutto relazionali e soprattutto nella nostra vita lavorativa.

In azienda, in situazioni di gestione di persone o in cui è importante “trascinare” il team e i collaboratori, proprio dalle emozioni si può attingere una forza inimmaginabile; dalle emozioni proprie e da quelle degli altri.

Per comprendere le emozioni degli altri, il leader deve essere in grado di riconoscere e comprendere le proprie; il leader deve essere pronto ed allenato a saper comprendere il proprio stato d’animo perché egli stesso rappresenta un punto di riferimento per gli altri.

Al di là dell’autorevolezza, il leader possiede equilibrio nell’esprimere il proprio punto di vista emotivo, andando al di là della semplice interpretazione dei fatti. Un po’ come utilizzare il “cappello rosso” di “Edward de Bono”, il padre del pensiero laterale ne “I Sei cappelli per pensare”.

Il leader che acquisisce competenza emotiva è in grado di rispondere a situazioni di stress con equilibrio e in maniera efficace.  Con gli skill “emotivi” (soft) e con gli hard skill che gli sono riconosciuti a livello aziendale, il leader è in grado di essere davvero il focal point sia per i collaboratori e i colleghi, sia per il benessere e la produttività aziendale.

Quanti dirigenti, team leader, capi area ho potuto osservare durante la mia esperienza e nelle riunioni. Prendeva il sopravvento l’emotività della persona, rendendo disfunzionale quella riunione. Risultato finale il leader non era un leader, era solo un capo.

Il leader, come tutti all’interno dell’azienda, ha il coraggio di sbagliare e comprende che anche i propri colleghi e i propri collaboratori hanno lo stesso coraggio, anzi trasferisce loro questo concetto. La mia frase in quest’ambito è “Noi siamo in grado di fare errori!!”

Spesso ci autocensuriamo per paura di fare un errore, anche importante. Certo, è importante utilizzare tutti gli accorgimenti necessari e sufficienti affinché gli errori accadano il meno possibile; e se dovessero accadere, dobbiamo prenderli come feedback ed eventualmente comunicarlo ai nostri collaboratori. Siamo poco allenati all’intelligenza emotiva e al feedback.

Dandoci il permesso di sbagliare, ci daremo la possibilità di migliorare.

Quante volte abbiamo sentito dire “le azioni sono più importanti delle parole”; e, da cosa sono governate le azioni? dalle convinzioni, dai valori, dalle emozioni. Non si può sempre fingere di essere sinceri o gioiosi, contenti o sorpresi. Da qualche parte esiste un allineamento emotivo che prima o poi la farà da padrone. Allora sfruttiamo questo allineamento emotivo e comprendiamo quali sono i propri punti di forza. Diventeremo prima di tutto leader di noi stessi e poi saremo riconosciuti leader anche dagli altri.

Ricordate il film BraveHeart con Mel Gibson? L’impavido condottiero scozzese diceva:

“Allora ditemi che significa essere nobili?” Il vostro titolo vi fa rivendicare il diritto al trono di Scozia, ma gli uomini non seguono i titoli, seguono il coraggio. Il popolo vi conosce, nobili e plebei, tutti vi rispettano e se voi soltanto vi decideste a guidarli alla conquista della libertà, vi seguirebbero ovunque e lo farei anche io!”

Nel libro “Essere leader” di Goleman, Boyatzis, McKee, si afferma che uno dei compiti fondamentali del leader è quello di innescare sentimenti positivi nelle persone con cui lavora/collabora; rappresenta una cassa di risonanza, una riserva di positività che si libera quando serve. Il principio dell’emotività contagiosa è sempre valido.

  • un leader ansioso, trasmetterà ansia ai collaboratori; un leader sereno ed equilibrato trasmetterà serenità al proprio team di collaboratori o colleghi.
  • un leader nervoso o preoccupato, trasmetterà nervosismo e preoccupazione. La preoccupazione è una forma di paura di qualcosa che avviene nella nostra mente, senza bisogno di stimolo esterno. Come ogni forma di paura o stato emotivo legato ad essa provoca stress. Questa può essere una forma di induzione “inconscia” di stress nei luoghi di lavoro;
  • viceversa, un leader equilibrato, in ogni suo comportamento, trasmetterà senso di positività, stato emotivo legato alla possibilità di eventi positivi o di raggiungimento dei risultati, di ottimismo anche in situazioni quando nella “normalità” ciò potrebbe non avvenire, e saprà gestire una situazione “disfunzionale” mettendo utilizzando al meglio le proprie risorse emotive, di capacità e comportamentali. il risultato finale sarà quello di un team equilibrato e produttivo

Molto spesso, si confonde il leader solo come il motivatore o colui che viene riconosciuto tale perché ha delle competenze gestionali, tecniche e capace di risolvere situazioni. Dietro a questo c’è appunto l’intelligenza emotiva.

Perché ciò avviene: in fin dei conti, dopo aver riconosciuto il leader, spesso modelliamo i suoi comportamenti e ci affidiamo a lui, in maniera inconscia con un ricalco (leader e collaboratore o collega faranno le stesse cose) che ci porta ad andare nella stessa direzione.

Il leader sarà il testimone delle emozioni, e per testimoniare deve avere consapevolezza.

Come sviluppare queste abilità? Attraverso la comprensione, lo studio, la consapevolezza delle proprie emozioni sia al livello personale, sia al livello relazionale, coadiuvando la “gestione del sé”.

Certamente, il leader è colui che sa anche di essere il punto di riferimento e che può influenzare o meno (diventa una modalità inconscia di interpretazione da parte degli altri) gli accadimenti e l’ambiente che lo circonda. Bene, l’etica del leader qui diventa fondamentale, anche se non è argomento di questo articolo.

Essere leader emotivo oggi è una voglia, un desiderio di svolgere al “meglio che siamo” la propria missione. E, per citare i livelli logici di DILTS, partendo dai comportamenti fino alla Mission, il leader emotivo agirà comportamenti ed azioni congruenti che creeranno un impatto emozionale prima e motivazionale poi, per raggiungere i risultati attesi.

 

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